8. La torre del Palazzo pretorio

Proprio nei giorni in cui si approva il rifacimento della facciata del palazzo che dice ai Pisani che ore sono, fermiamoci a guardare la torre di Palazzo Pretorio, che si affaccia sul lungarno e sul Ponte di Mezzo.

Pisa non è solo la Torre: i pisani lo sanno e non si stancano di ripeterlo a chi troppo facilmente identifica le due cose. E allora forse fare un giro tra le tante torri e campanili pisani è un modo per scoprire le tante sfaccettature della nostra città.

I lavori che rimetteranno a nuovo il Palazzo Pretorio rientrano tra quelli preventivati per il 2021: in effetti oltre alle tante scritte e addirittura incisioni, l’intonaco è in tanti punti abbastanza mal messo e l’intera facciata coperta dei residui del traffico che gli scorre ogni giorno davanti.

La torre con l’orologio è stata modificata nel 1953, nell’ambito dei lavori di ricostruzione dopo i bombardamenti del 1944. Già sede dell’Auditore di Governo e della Cancelleria Civile e Criminale, oltre che all’Accademia di Belle Arti, il palazzo era il risultato dell’accorpamento di diversi corpi di fabbrica medievali. Dal 1785 fu destinato a ospitare parzialmente anche le carceri cittadine. Nell’ultimo trentennio del Settecento, il suo rifacimento fu oggetto di discussione tra chi voleva conservarne l’aspetto medievale e chi, invece, voleva modificarlo: non se ne fece di nulla e in quell’occasione venne sopraelevata solo l’antica torre della Giustizia per farne la Torre dell’Orologio.

Solo nel 1821 venne approvato dal Granduca il progetto dell’architetto pisano Alessandro Gherardesca, per il completo riassetto del palazzo e l’uniformazione con il volto che progressivamente avevano assunto i Lungarni. Il terremoto del 14 agosto 1846 danneggiò la Torre dell’Orologio e, dopo un’iniziale proposta che consigliava la demolizione e ricostruzione della parte pericolante, Gherardesca ripiegò su un restauro conservativo in considerazione della “opinione favorevole anche in senso decorativo che i Pisani hanno per questa Torre”.

E che ne hanno ancora.

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