Il potere delle lettere

Passa anche da Pisa la corrispondenza di Bruno Poggi, Milena Sermoneta e della loro famiglia, ebrei in fuga durante la seconda guerra mondiale: cento lettere inedite per più di ottant’anni che scandiscono una separazione dolorosissima raccontata oggi dalla nipote Vera Paggi.

Racconta la storia dei suoi nonni Vera Paggi, giornalista e scrittrice milanese, pubblicando in Milena cara – Lettere 1939-1952 , la corrispondenza con la quale Bruno e Milena hanno tenuto vivo il legame dell’amore, dell’affetto, della famiglia. Un amore minato dalle leggi razziali, dalla guerra, dalle circostanze che tutto cambiarono. Una storia personalissima, dunque, nata da una ricerca dell’autrice e dalla volontà di conservare la memoria e marcare la propria identità; ma anche una storia nella storia che riguarda tutti, che ha stravolto il mondo attraverso lo stravolgimento di migliaia e migliaia storie personali, come questa.

Bruno Paggi, con la cacciata degli ebrei dagli incarichi pubblici, per effetto delle leggi razziali nel 1938, è costretto a emigrare, prima a Londra poi in Venezuela. L’idea è di ricongiungere la numerosa famiglia (7 figli, la più piccola nata nel 1938) dopo qualche mese, ma gli basteranno poche settimane per sapere che la separazione sarà lunga e forse definitiva. A giugno del 1940, appena arrivato a Caracas, l’Italia entra in guerra. Milena Sermoneta, ebrea romana, è una rammendatrice. Dopo la partenza del marito resta a Firenze con i 7 figli. È sola allo scoppio della guerra, si nasconde prima delle razzie di ebrei nel ghetto di Roma e poi a Firenze, fino alla decisione di attraversare clandestina il confine con la Svizzera per salvare se stessa e i suoi bambini dalla deportazione. Dalle rive dell’Orinoco Bruno, Medico Rurale nella foresta amazzonica, scrive a Milena che a Firenze si arrangia come può, mentre da New York la madre di Milena, emigrata all’indomani delle leggi razziali, spedisce denaro e buoni consigli per il futuro.

Così, nelle tante lettere di Bruno, scritte per condividere i dettagli della vita di tutti i giorni, si leggono parole che ci riportano all’attualità: quelle di conforto per il padre e per la moglie irraggiungibili, di rassicurazione sul proprio stato di salute e di preoccupazione per quella dei cari e per gli studi dei figli. Poi, alla sorella Wera a Parigi, le raccomandazioni di fare attenzione al morbillo, nel viaggio in Italia con i figli “si attacca entro i 40 giorni dalla caduta della febbre. Specialmente per Carla cercate di isolarla”. Dopo il viaggio da Genova sul transatlantico Conte Biancamano, con il racconto della vita di bordo, l’arrivo di Bruno in Venezuela e lo sconforto nel momento in cui è più chiaro che sarà difficile trovare lavoro, rivedere presto la famiglia e tornare a quella quotidianità che sembra ormai così lontana. E, nonostante tutto, il desiderio di sentire Milena di buon umore, un desiderio, come lui stesso riconosce, dell’impossibile, anche se “è proprio l’impossibile che bisogna saper fare in alcuni momenti della vita”. La cara Milena, che, pur nelle difficoltà, resta sempre vicina a tutti i familiari e cresce i figli: “Quello che le altre donne dividono col proprio compagno – racconta alla cognata Wera – io bisogna ne abbia la responsabilità da sola e credi che con sette figli il compito non è lieve!”. Ancora, le lettere da New York a Firenze della madre di Milena, che cerca di sostenerla e aiutarla finanziariamente, riparando abiti da uomo e da donna, 8-9 ore al giorno, con la speranza che finalmente tutto passi: “Milena, qui dicono Teichetisi [take it easy] come si pronuncia che vuol dire prendila facile! Cosa vuoi farci? È toccata a noi e speriamo in Dio, come tu dici dopo la pioggia verrà un gran sereno ed il sole splenderà per noi”. Sempre, in questa fitta corrispondenza di famiglia, la richiesta di foto, di immagini che possano raccontare il tempo che scorre, perché non è possibile arrendersi: “Ti basti sapere – scrive Bruno alla moglie – che il morale è alto e che pertanto: ça ira”, andrà bene. Un epistolario che si interrompe bruscamente tra il 1943-44, quando Bruno pensa che la moglie e i figli siano morti, fino all’epilogo tragico del ritorno a una normalità perduta per sempre.

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