Quella volta che ho conosciuto Solange

E morto nella sua casa di Collesalvetti Paolo Bucinelli, che tutti conoscevamo come Solange.

Leggeva la mano, indovinava il futuro guardandoti negli occhi, era un sensitivo nel suo significato più vero, ti sentiva. Ma era anche un personaggio televisivo noto a tutta l’Italia per la sua partecipazione a tanti programmi diversi, l’autore di diversi libri: un personaggio. Eppure quando l’ho incontrato per intervistarlo, tanti anni fa, nella hall di un grande albergo qui a Pisa, dove lui era di casa, non c’era traccia del divo, dell’uomo di spettacolo, della persona famosa. Dopo i primi attimi che più che di diffidenza mi sembrarono di esame, mi posso fidare?, mi era sembrato un bambino. Un bambino che, una volta capito che sì, si poteva fidare di chi aveva davanti, mi parlò con sincerità di vizi e virtù di quel mondo fatto di lustrini del quale da sempre aveva voluto far parte, ma del quale non si era mai fatto mangiare, rimanendo quello che era. Mi sembrò un bambino che, senza rinunciare al vezzo di vantare, senza malizia ma con tanto orgoglio, qualche successo, era libero di essere se stesso, così come si sentiva, così com’era.

Io ti ricordo così, Solange, libero di interpretare il personaggio che sapevi di essere.

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