La mia amica Roberta Ragusa

Intervista all’ex investigatore del Ros dei Carabinieri che ricostruisce in un libro la vicenda della scomparsa che ha tenuto col fiato sospeso l’Italia: l’autore Rino Sciuto racconta come, indagando per anni su un caso come questo, si finisca per sentire la vittima come un’amica che non si è conosciuto. E non volerla lasciare più.

Sarà nelle librerie dal 15 luglio Roberta Ragusa, L’amica che non ho mai conosciuto. Diario d’indagine di un investigatore (ed. Bastogi Libri) in cui Rino Sciuto, investigatore del Ros dei Carabinieri – crimini violenti, in pensione dal 2017, ripercorre tutta la vicenda della donna scomparsa da San Giuliano Terme all’inizio del 2012 e mai più ritrovata. Si tratta di un diario dei fatti scritto all’indomani della condanna in via definitiva del marito Antonio Logli, che continua a dichiararsi innocente; un libro che, dopo tutto questo tempo e tutto quello che si è detto sul caso, riesce ad essere una voce originale, competente e inedita, sulla vicenda. Ne parliamo direttamente con l’autore, Rino Sciuto.

Un libro sul caso di Roberta Ragusa, dopo 8 anni dalla scomparsa e uno dalla condanna definitiva di Logli. C’è ancora qualcosa da dire, qualcosa che non sappiamo? Questo libro serve a mettere ordine sulla vicenda, a fare chiarezza?

Negli anni, di questo caso è stato detto tutto, ma ancora ci sono idee diverse su come si siano davvero svolti i fatti: qualcuno è convinto che il corpo di Roberta, ancora mi impressiono a dirlo, sia stato bruciato da qualche parte, all’inceneritore, o nei forni del cimitero. Ho scritto questo libro per ricostruire oggettivamente la vicenda e dipanare i dubbi, ripercorrendo l’intero corso delle indagini e dei fatti sui quali non si possono avere dubbi, ma ho cercato di farlo con il massimo rispetto di tutte le parti in causa: troppo spesso dimentichiamo che la vittima, ma anche il colpevole e certamente tutti coloro che sono rimasti coinvolti anche emotivamente in questa vicenda, sono persone; persone che, in ogni caso, vanno rispettate e trattate con umanità.

Un caso da subito seguito a livello nazionale e che ha tenuto a lungo, e forse tiene ancora, tanti con il fiato sospeso, soprattutto visto che il corpo di Roberta non è mai stato trovato. Quello che ormai possiamo chiamare pubblico aveva in qualche modo diritto di conoscere la vicenda nei particolari grazie ad una ricostruzione come questa?

Diciamo che io ho voluto mettere i puntini sulle i. Mi sono accorto che l’interesse che questo caso ha scatenato e che continua a suscitare tira spesso fuori un’animosità direi quasi violenta delle persone: sui social soprattutto, in tanti, in troppi, si lanciano in invettive, offese e minacce che farebbero impallidire quelle che siamo abituati a sentire tra tifoserie avversarie; una veemenza che mi dispiace e che, anche su quei canali, cerco da parte mia di sedare.

Quando e come è venuta l’idea del libro? Che taglio ha? Si tratta di un diario della vicenda, ci sono anche opinioni o supposizioni date sulla base di impressioni personali?

Ho iniziato a scrivere il giorno successivo alla sentenza del’11 luglio 2019 con cui Logli è stato condannato in via definitiva e già il 20 gennaio il libro era pronto: si tratta del diario dei fatti da quando venni chiamato a Pisa ad occuparmi della scomparsa, quindi certamente è un punto di vista personale, ma attraverso il quale vengono scanditi i fatti; quelli che tutti conoscono e quella miriade di altri interventi che hanno letteralmente sommerso il caso, contribuendo ad un tempo a renderlo mediaticamente affascinante. Racconto di tutti coloro che hanno voluto raccontare la propria verità, dalle chiromanti a chi addirittura ha sorvolato la zona della scomparsa col proprio elicottero privato alla ricerca del corpo. Ogni tanto mi viene in mente qualcosa che non ho trascritto, ma gli interventi che si sono accavallati in questo senso sono stati talmente tanti che in effetti sarebbe stato impossibile registrarli tutti.

Per quanto riguarda la mia personale opinione, sì, mi sono fatto l’idea che il corpo di Roberta, e davvero mi fa impressione continuare a dirlo, a scriverlo, sia stato gettato in un cassonetto e poi bruciato nell’inceneritore. Ma ripeto: ho cercato di usare il massimo tatto anche nell’esprimere questa ricostruzione, perché stiamo parlando di una persona con affetti e legami e ho sempre voluto tenere presente la sensibilità di chi potrà leggere le mie parole.

Dopo aver seguito per anni un caso come questo, per quanto si trattasse di un’attenzione professionale, si ha anche in qualche modo voglia di liberarsi del peso psicologico di tutta questa vicenda così triste e il libro può avere, anche, questa funzione o comunque questo risvolto?

Nonostante nella vita abbia avuto tante esperienze professionali anche di forte impatto emotivo, nonostante nei Ros mi sia occupato di riciclaggio, di criminalità organizzata, di mafia e ‘ndrangheta, affrontare un crimine violento è sempre difficile: scavare nei meandri della vita di una persona te la fa conoscere meglio di tante altre che magari frequenti da anni, anche se con lei non hai mai scambiato una parola. Da qui il titolo, l’amica che non ho mai conosciuto. Il fatto poi che la vicenda sia diventata mediaticamente molto rilevante, e in modo così duraturo, non ha fatto che rendere ancora più immersiva la mia esperienza. La storia di Roberta, pur conclusa dal punto di vista processuale, non può dirsi archiviata visto che Logli, dopo avere detto solo a Gennaio il contrario, ha recentemente dichiarato di voler ricorrere alla Corte Europea per i diritti dell’uomo. In ogni caso, per quanto mi riguarda, è una storia che mi si è attaccata dentro e non credo me ne libererò mai.

www.facebook.com/robertaragusalibro/

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