Il lavoro che cambia. Episodio 14: l’estetista

Daniela è la titolare dello Studio Estetico Nausicaa di Marina di Pisa: per capire come mettere in pratica tutte le procedure necessarie ha contato sulla propria voglia di lavorare bene, ma l’ha fatto volentieri perché, anche se con la ripartenza i clienti non mancano, la paura al momento della chiusura è stata tanta.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Quella dell’estetista – racconta – è una professione a strettissimo contatto con il cliente e, già prima che i decreti lo imponessero, avevamo deciso di adottare norme igieniche e precauzioni speciali: avevamo capito che la situazione era grave e volevamo che i nostri clienti capissero il nostro impegno per la tutela di tutti”.

“Essere stata particolarmente previdente nell’adozione di queste misure mi ha dato inizialmente la sensazione di essermi protetta al meglio dal virus e ha lasciato spazio all’incertezza sotto il profilo economico. Quando siamo stati obbligati a chiudere lo studio, il primo pensiero è stato di paura per le conseguenze che ne sarebbero seguite: quanto sarebbe durato il lockdown? Avremmo ricevuto supporto? Come? Quando? Vivere nell’incertezza è stato il terreno fertile di preoccupazioni che mi hanno accompagnato per un po’: ho una dipendente e, oltre a contare io stessa sul mio lavoro, sento la responsabilità di rappresentare, come datore di lavoro, una sicurezza economica anche per lei”.

“Dopo i primi momenti di panico, mi sono data da fare e ho capito in che modo mettere in standby le scadenze e quali erano i miei diritti in questa particolare situazione; poi, grazie anche all’ottimo rapporto che ho con la mia collaboratrice, abbiamo cercato di venirci incontro per gestire al meglio la situazione anche dal punto di vista lavorativo: essere tranquilla, almeno relativamente tranquilla, anche sotto questo aspetto, mi ha aiutato a concentrarmi sul lavoro che mi aspettava per poter ripartire quando sarebbe arrivato il momento”.

“Certo, quando i numeri della pandemia hanno iniziato ad impennarsi ed è stato chiaro che il rischio di contrarre il virus era alto e le conseguenze potenzialmente gravissime, ho avuto paura: per me e per i miei genitori, che sono anziani e che naturalmente fanno affidamento su di me. Realizzare che la posta in gioco è la vita mi ha fatto sentire tutta la responsabilità delle mie scelte e non ho avuto dubbi, insieme a mia sorella, nel sostituirmi anche alle persone che di solito li aiutano nelle incombenze domestiche. Ho rinunciato anche a vedere qualche cliente che mi chiedeva consulenze casalinghe proprio perché era chiaro che anche una singola deroga alla regola avrebbe potuto essere rischiosa”.

“Durante la lunga attesa che i dati sulla diffusione del virus migliorassero, mi sono data da fare per capire in che modo ripartire: tante, troppe informazioni si sono sovrapposte, spesso accavallandosi e facendo confusione sui protocolli. Con pazienza, buon senso e voglia di lavorare al meglio, ho capito come comportarmi quanto a precauzioni, sanificazioni, prodotti e distanziamenti all’interno dello studio estetico: il mio è un mestiere che mi mette a strettissimo contatto con i clienti da un punto di vista fisico, ma che spesso si basa anche su un rapporto di fiducia fra di noi. Per lo stesso motivo per cui, anche in condizioni normali, ci si deve in qualche modo fidare di chi ci mette le mani addosso per un trattamento, a maggior ragione si pretende cura e attenzione in un periodo in cui una leggerezza potrebbe avere conseguenze gravi. E’ mio interesse che i clienti si fidino di me non solo come estetista, ma, prima di tutto e soprattutto in questa situazione, come persona”.

“Restare a casa, di per sé, non mi è pesato: ho rallentato per un po’ il ritmo frenetico di appuntamenti e impegni, concedendomi tempo per me stessa e per la mia casa, oltre che per i miei familiari. Sono felice, naturalmente, di ripartire, ma vorrei fare tesoro della lentezza che mi sono concessa in questo periodo. Al contrario di altri tipi di attività, per i servizi alla persona in tanti non vedevano l’ora di poter avere un appuntamento e tornare a prendersi cura di sé; dunque, una volta ripartiti, le paure lavorative sono svanite. Ma sono convinta che la consapevolezza acquisita rimanga invece e resti a far parte del nostro bagaglio culturale”.

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