Il lavoro che cambia. Episodio 13: il professore

Francesco insegna storia e filosofia al Liceo Scientifico Buonarroti e al Liceo Artistico Russoli, e proprio perché crede che la scuola abbia una funzione che va ben al di là delle nozioni che trasmette, è perplesso rispetto ai limiti della didattica a distanza. E alla farraginosità della burocrazia.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“La classe – racconta – non è solo un luogo, certamente non solo un luogo fisico. Non essere più in quel luogo fisico, insieme ai ragazzi, ha in qualche modo rotto l’incanto che, tra quelle quattro mura, si crea ogni volta regalando una confidenza unica. Indipendentemente dalla materia trattata, dalle naturali tensioni, dalle simpatie, tra l’insegnante e la classe si forma un tutt’uno che è difficile da spiegare. Si tratta di un’atmosfera meravigliosa e delicatissima.”

“Delicata perché fatta di sensibilità che si intrecciano, di comprensione, di capacità empatica che, in classe, trovano il luogo fisico dove potersi sviluppare e crescere nel tempo. Ecco perché dover fare a meno di quel luogo fisico costituisce una mancanza così grave: quell’incanto così delicato difficilmente resiste ad un urto come quello che ha subito con questa sospensione forzata; ed ecco perché la didattica a distanza, che naturalmente è comunque importante e permette almeno di non interrompere del tutto la continuità, non può sostituire che in parte le lezioni in presenza.”

“Utilizzare le piattaforme messe a disposizione dalla scuola per il mero scambio di compiti assegnati ed eseguiti sarebbe stato del tutto svilente del ruolo degli insegnanti. La didattica online serve, certo, ad andare avanti con i programmi, a tenere vivo l’interesse e l’impegno dei ragazzi, ma permette anche di mantenere un contatto, pur labile, con la classe intesa come magia astratta che si compie in quel luogo fisico. Così preziosa da non poter rischiare di essere persa.”

“Le differenze rispetto alle lezioni in presenza sono enormi e richiedono grandi sforzi da parte di tutti: vedersi attraverso uno schermo non significa solo rinunciare alla presenza, ma anche entrare nelle case degli altri, con la voce o con le immagini. Non tutti accettano per esempio di mostrarsi e io non forzo nessuno in questo senso: bisogna sempre ricordare che si tratta di ragazzi per i quali ogni svelamento può essere vissuto come un’intrusione. Per lo stesso motivo anche quello che diciamo, sia io che loro, ha immancabilmente un tono diverso, anche solo per il fatto che altri, per esempio un familiare, potrebbero sentirlo. Intromettendosi di fatto, anche se involontariamente, in quella atmosfera unica nata all’interno della classe.”

“Non so immaginare cosa succederà quando torneremo in classe, ma, per quanto riguarda il modo in cui la scuola si è organizzata in questo periodo, nonostante gli adempimenti burocratici ai quali questa nuova forma di didattica ci obbliga siano molto pesanti, il sistema si è dimostrato tutto sommato pronto, vista soprattutto l’eccezionalità della situazione”.

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