Il lavoro che cambia. Episodio 12: la scuola materna

Giovanna è maestra di scuola materna: occuparsi di bimbi in età prescolare ha significato doversi inventare modi nuovi di far sentire la propria presenza, ma anche avere qualche perplessità sul rientro, quando distanziare i più piccoli non sarà facile.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Sappiamo tutti – racconta – che la chiusura delle scuole, di quelle materne come delle elementari o anche le medie, quelle insomma frequentate da bimbi che non possono restare soli, o non troppo a lungo, ha rappresentato un problema importante per le famiglie che, già in un momento più che delicato per la situazione generale, hanno spesso dovuto fare i salti mortali per riuscire a organizzarsi.”

“Credo però che quello che è successo abbia avuto un impatto particolare per gli scolari più piccoli: per loro la presenza fisica è importantissima, fondamentale, e per tanti di loro capire quello che è successo è davvero difficile. E non sto parlando di comprendere la natura del virus, la necessità delle precauzioni e delle misure di sicurezza, la portata del fenomeno a livello globale e le tante conseguenze che ne pagheremo: è chiaro che questo tipo di comprensione non sia alla portata di piccoli tra i 3 e i 5 anni. Quello che intendo è che per loro è difficile comprendere perché da un giorno all’altro i genitori non li hanno più portati a scuola.”

“Mi si stringe il cuore pensando che tanti di loro mi hanno salutato, l’ultimo giorno di scuola, quando già il decreto che imponeva la chiusura delle scuole era stato emanato, pensando di rivedermi il giorno dopo. Diversi di loro, mi hanno confermato i genitori, per giorni hanno continuato a chiedere di essere accompagnati a scuola.”

“Per i bimbi di quell’età, l’abitudine è un tassello con il quale costruire la quotidianità e ogni passaggio, ogni attività, ogni snodo della routine giornaliera contribuisce a costruire, oltre che nuove capacità e una sempre maggiore indipendenza, anche una base solida sulla quale costruire la propria realtà. E naturalmente questo vale ancor di più per le persone che abbiano un ruolo stabile in quella routine: al di là dei familiari, noi maestre rappresentiamo una sicurezza, siamo figure importanti, al di là di quello che siamo in grado di trasmettere come contenuti, anche per il fatto di esserci, di essere una presenza costante e perciò stesso rassicurante. Con la quale naturalmente il legame affettivo instaurato è importante.”

“Ecco che fin da subito noi insegnanti abbiamo ritenuto opportuno farci vedere, anche se solo in video, per salutare i bimbi per i quali non vederci, senza sapere perché, avrebbe potuto significare temere che non ci fossimo più e quindi innescare un meccanismo per il quale temere che, come noi, tutte le altre cose o persone importanti avrebbero potuto svanire da un giorno all’altro”.

“Parlare di didattica a 4 anni significa parlare di esempi, di modelli, di giochi di relazione e di ruolo, con i quali i bimbi possono imparare facendo esperienza, sperimentando sensazioni e provando ad esprimere loro stessi attraverso gesti, colori, musiche e relazioni con gli altri. Ricreare tutto questo senza essere fisicamente presenti è una sfida difficile, ma anche una sfida che non potevamo non accettare. Grazie alla piattaforma messa a disposizione dalla scuola abbiamo creato una sorta di bacheca virtuale sulla quale caricare proposte di attività che le famiglie avrebbero potuto riprodurre a casa, ma anche caricare a loro volta i lavori dei bimbi. Un modo di rimanere in contatto cercando di farci sentire presenti e non interrompere almeno l’abitudine a produrre, ad impegnarsi, a giocare costruttivamente.”

“Certo, in questo come in altri campi, questa emergenza ha fatto emergere quelle differenze sociali che a scuola si smorzano fino quasi a svanire: non tutte le famiglie sono in grado, per tanti motivi diversi, di seguire i figli, di connettersi alla piattaforma della scuola e fruire appieno di questa opportunità. Nonostante anche chi non era provvisto abbia potuto ricevere i supporti digitali necessari, le differenze restano e sono per me un grande dispiacere: la scuola deve annullarle e non riuscirci, anche se nessuno ne ha colpa, è un fallimento.”

“Ho più che qualche dubbio anche sul rientro a settembre: per ora non ci sono certezze, né sui tempi né, tanto meno, sui modi. Si è parlato di gruppi ridotti più facili da gestire anche in termini di distanziamento, ma è proprio questo aspetto a non convincermi. E non tanto, ripeto, perché i bimbi non siano in grado di capire le regole o la gravità della situazione, ma proprio per la funzione della scuola: tutto a quell’età ha, deve avere, la forma di un gioco e tutto si basa sulla presenza fisica, sul contatto, magari anche sullo sguardo. Ho paura che eliminare il contatto, l’abbraccio, la possibilità di esprimersi in maniera del tutto naturale non sarà affatto facile”.

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