Il lavoro che cambia. Episodio 10: la maestra

Giulia è una maestra elementare e come tutti gli insegnanti è stata fra i primi a fermarsi. Ma sarà anche fra gli ultimi a ritornare a lavorare come prima che scoppiasse la pandemia, immergendosi fra l’altro in un ambiente in cui mantenere le distanze non sarà semplice.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Quando il primo grande decreto di quella che sarebbe diventata una lunga serie ha imposto di interrompere le lezioni – racconta – sono stata sollevata di non dover più andare a scuola: anche se fino ad allora, erano i primi giorni di marzo, dalle nostre parti non avevamo segni evidenti della sua diffusione, la pericolosità del virus era ormai chiara. E la scuola, popolata di bambini, per natura poco inclini al distanziamento e ad ogni altra imposizione, e per forza di cose incapaci di comprendere appieno la portata del pericolo, poteva trasformarsi in una bomba di diffusione”.

“Sollevata di non contribuire ad alimentare un potenziale ricettacolo del virus, ho avuto però anche un po’ di paura: al timore legato al contagio si aggiungeva l’incertezza su quello che sarebbe successo ad insegnanti ed alunni, su come avremmo potuto portare a termine i programmi o quanto meno non perdere del tutto quel legame, umano prima di tutto, che si crea nelle classi e in generale nella scuola. Dopo un paio di settimane nelle quali a dire il vero mi sono sentita un po’ persa, la mia dirigente mi ha avvertito che avremmo approfittato della possibilità della didattica a distanza: un’esperienza del tutto nuovo, ma che valeva la pena di tentare”.

“Non è stato semplice: noi insegnanti abbiamo dovuto rimodulare metodi e programmi per adattarli a questa nuova forma di contatto con la classe e i bimbi sono stati chiamati ad uno sforzo di attenzione diverso e certamente maggiore: seguire qualcuno che parla da dietro ad uno schermo, da casa propria, con mille occasioni di distrazione e poco controllo diretto, è certamente difficile anche per loro. Per non parlare di tutte le competenze che è stato necessario imparare sul campo e in pochissimo tempo: accedere alla piattaforma della scuola, caricare i compiti, capire come correggerli e reinviarli non è stato immediato. Adempiere a tutte le incombenze tecniche e contemporaneamente cercare di fare una lezione mantenendo alti interesse e attenzione dei bimbi può essere davvero molto faticoso”.

“A questo si aggiunga che non tutti gli alunni hanno la possibilità di essere seguiti dai genitori durante le lezioni o nello svolgimento dei compiti: per mille motivi, in tanti hanno difficoltà a collegarsi, a seguire, ad eseguire i compiti assegnati: anche solo produrre un file adatto alla necessità o fotografare un compito redatto a mano in maniera da farlo risultare comprensibile non è alla portata di tutti”.

“Al momento nessuno sa cosa ci aspetta e quale sarà la situazione alla ripresa delle lezioni, ma il rientro a settembre non si prospetta come un passo indolore: si parla di distanziamento anche all’interno delle classi, per le quali potrebbe essere decisa una turnazione che permetterebbe la presenza in contemporanea di un numero minore di alunni. Mi sembra molto difficile da attuare: difficile mantenere i bimbi distanti e, per quanto responsabili, pretendere che interiorizzino la gravità della situazione. Penso soprattutto ai più piccoli che, appena usciti dalla scuola materna, non sono ancora del tutto scolarizzati e cercano spesso il contatto fisico per essere tranquillizzati: la scuola non è solo un luogo in cui si imparano nozioni, ma soprattutto un ambiente in cui si cresce e ci si responsabilizza. Per farlo però c’è bisogno di un clima di serenità che temo sarà molto difficile instaurare”.

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