Il lavoro che cambia. Episodio 8: la ditta edile

Alberto è il titolare di una ditta edile: capace, preciso e affidabile, instaura con i clienti un buon rapporto di fiducia perché sa che il reciproco rispetto conta tanto quanto la capacità tecnica e perché ama il suo lavoro. Ma in questa emergenza si è sentito poco supportato e ha dovuto contare solo sulle proprie forze.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Per me – racconta – il lavoro è una fonte di soddisfazione oltre ad essere una professione: mi piace farlo al meglio sia dal punto di vista tecnico che da quello umano, guadagnandomi la fiducia dei clienti e la tranquillità di operare nella maniera migliore. E se per essere sicuro di ottenere buoni risultati mi affido a prodotti che mi assicurino qualità, a fornitori qualificati e a collaboratori competenti e fidati, così so che, perché un lavoro sia ben svolto, è necessario operare in una situazione di tranquillità e sicurezza”.

“Questa tranquillità, già prima del lockdown, stava venendo a mancare. Le notizie che circolavano non erano incoraggianti, ma più che il timore per il virus era l’incertezza sulle misure necessarie per prevenirne la diffusione a creare confusione: quali dispositivi era necessario avere per proteggere noi e gli altri? Quali erano le distanze da rispettare? C’era qualcuno che era più esposto o eravamo tutti potenzialmente a rischio?”

“La necessità, sacrosanta, di garantire a me, ai miei collaboratori e ai miei clienti la protezione necessaria, doveva trovare un equilibrio con la possibilità di lavorare bene, di non essere impacciati da dpi che non fossero necessari o da una distanza interpersonale difficile da conciliare con un lavoro di collaborazione tra più persone. E questo equilibrio, così difficile da ottenere anche in condizioni normali, già prima delle indicazioni di chiusura, non c’era più”.

“Dopo aver sospeso il lavoro del cantiere nel quale eravamo impegnati, mi sono sentito più tranquillo, ma al tempo stesso sconfortato: all’apprensione per la situazione generale che ha riguardato tutti si è sommata per me l’impossibilità di avere direttive univoche sulle regole da rispettare, certezze sui diritti e sostegno dalle istituzioni. Sono consapevole che molte categorie siano state penalizzate e che in tanti abbiano bisogno di supporto, ma penso che sarebbe equo non solo spostare le scadenze, ma cancellarne proprio alcune: non si può pretendere che chi non ha lavorato possa avere la stessa disponibilità che se l’avesse fatto, né subito né dopo due mesi”.

“In sostanza sono contento di aver agito secondo coscienza per preservare prima di tutto la salute e di aver trovato comprensione da parte dei clienti che magari hanno dovuto aspettare un po’ di più per iniziare un lavoro. Ma ammetto di essermi sentito solo e senza sostegno, sommerso dall’incongruenza di norme a volte addirittura contraddittorie tra di loro che hanno reso difficile anche decidere come comportarsi. E anche ora che, con tutte le cautele e le precauzioni del caso, ripartiamo, so che posso contare solo su me stesso”.

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