Il lavoro che cambia. Episodio 3: l’assicuratore

Andrea è liquidatore sinistri per un’importante compagnia di assicurazioni, sta lavorando da casa e lo farà, almeno, fino alla fine di maggio.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Quando mi hanno detto che non avrei più dovuto lavorare in ufficio – spiega – sono stato sinceramente sollevato: eravamo già in piena emergenza e uscire di casa tutti i giorni con la paura non era piacevole. La convivenza tra colleghi era diventata un percorso ad ostacoli tra spazi da non invadere e timore di uno starnuto: lavorare in queste condizioni era davvero molto stressante. Tutto sommato sapere di poter restare a casa mi ha fatto sentire più tutelato. In un primo momento la compagnia ha ritenuto che qualche settimana di ferie a rotazione potesse essere sufficiente, ma quando si è capito che, purtroppo, il periodo di isolamento sarebbe stato più lungo, è iniziata la mia esperienza in regime di smartworking”.

“Da subito ho cercato di mantenere gli stessi ritmi, gli stessi orari che avevo in ufficio, temendo che lasciarsi tentare dalla flessibilità possibile lavorando da casa mi portasse ad impigrirmi o a lavorare in orari inconsueti e, alla fine, scomodi: inutile dormire di più la mattina per ritrovarsi a dover lavorare la sera tardi. Ho mantenuto, con pochissime deroghe, i miei orari e tutto ha funzionato: sono riuscito a mantenere la mia produttività senza troppi sforzi”.

“Un’esperienza tutto sommato positiva: collegandomi da remoto alla piattaforma che gestisce le pratiche che seguo, ho potuto svolgere il mio lavoro anche da casa. Unica differenza, dal punto di vista strettamente tecnico: non poter fare affidamento sui documenti cartacei. Ormai da tempo tutto è archiviato in formato digitale, ma esistono sempre copie cartacee che, in effetti, tutti continuavamo ad utilizzare, per un motivo o per l’altro rimandandone l’abbandono. Questa emergenza, e la necessità di lavorare lontani dagli archivi fisici, ha messo me e i miei colleghi difronte alla necessità di svoltare in questa direzione: ne sono felice perché è un passo che comunque avrei fatto e perché, in questo specifico caso ma anche in altri, mi sarà utile, visto che il mondo, non solo quello del lavoro, va in questa direzione”.

“Questo cambiamento, necessario per il bene di tutti, mi ha insomma permesso di rimanere attivo e anzi di fare tesoro di un’esperienza professionale che mi sarà sicuramente utile in futuro. Poi certo, il lavoro è fatto anche di quel contatto umano che mi manca, del confronto su questioni tecniche che, a voce, è più immediato che non filtrato dal telefono e del momento in cui si scherza tra colleghi: io non prendo il caffè, ma beneficio con gli altri dei cinque minuti di pausa davanti alla macchinetta”.

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