Il lavoro di tutti

A chi non sta lavorando, a chi è capitato di uscire, se il caso ha voluto che sulla strada che percorre per fare attività motoria, per acquistare generi di prima necessità o per incontrare i congiunti, chiunque essi siano, ebbene a quelli che in questa ora d’aria, che magari sono solo cinque minuti, si sono imbattuti in un cantiere, è presa sicuramente la sindrome del pensionato. Sì, proprio quella di fermarsi a guardare gli operai che lavorano, di osservarli, magari commentare fra sé o, il più delle volte, a voce alta. Ma siamo un po’ giustificati: il lavoro ci manca. Ci manca il nostro, se in questo momento non lo stiamo svolgendo o anche se non lo stiamo svolgendo come facciamo di solito, perché tanti, tanti mestieri sono fatti anche di contatto fisico, di relazione diretta. Ma ci manca anche l’idea del lavoro, quella della normalità, del lavoro che vuole dire che, più o meno tutti, la mattina usciamo di casa e passiamo la giornata a risolvere problemi a contatto con altra gente. Ecco perché fermarci a guardare dal buco della rete del cantiere davanti ai Vecchi Macelli non è piacevole solo perché il lavoro che riqualifica l’ingresso della Cittadella Galileiana è bello e già si ha un’idea di come verrà, ma perché è un segno di normalità, un lavoro per tutti, un lavoro di tutti.

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